Star Wars è una saga studiata nei minimi dettagli, Avatar è piena di piccole imprecisioni.
Elenco qui di seguito quelle che ho notato.
Dato che l’atmosfera di Pandora non è composta dalla concentrazione di ossigeno azoto necessaria per la vita degli umani, è ovvio che il cielo non può essere azzurro come quello terrestre.
Di conseguenza neanche la fiamma della varie esplosioni o fiaccole può essere rossa.
Altresì la fotosintesi clorofilliana colorerebbe le piante di un altro colore e non del verde che siamo abituati a vedere sulla Terra.
Da diverse inquadrature si nota che Pandora è un satellite di un pianeta molto più grande molto somigliante a Giove. Quindi è molto probabile che durante la sua rivoluzione attorno a esso, per metà periodo rimanga completamente al buio. Questo renderebbe molto difficile la nascita della vita, e soprattutto lo sviluppo di organismi complessi.
Date le dimensioni degli animali che popolano questo pianeta, e degli stessi Na’vi, si deduce la gravità di Pandora sia più piccola di quella della Terra, quindi i movimenti dei terrestri sarebbero più goffi e più lenti.
Per non parlare poi delle montagne volanti da cui sgorgano cascate di acqua, che rende tutto molto suggestivo e affascinante, ma molto irreale.
Nonostante questo, Avatar rimane uno dei più bei film che ho visto in tutta la mia vita e merita davvero di essere guardato.
Il titolo del post è anche il titolo provvisorio della mia tesi triennale in ingegneria elettronica.
Quella specie di farfalla che vedete in figura non è altro che il diagramma di radiazione di un onda riflessa e trasmessa attraverso una parete di superficie, ove vi è presente il fenomeno di scattering e back-scattering.
E’ la risoluzione della foto fatta a Dresden in Germania. La più grande al mondo. La seconda è quella fatta a Praga di diciotto megapixel. Dateci un occhiata, perché meritano.
Sempre più, procedendo nella vita, l’io diventa un io con cui ci identifichiamo e che crediamo di poter definire. Diviene la fonte della nostra stessa identità sociale e personale. Della nostra riconoscibilità. Ci assegna un posto nel mondo e ci dice quali sono le nostre modalità di relazione e di reazione. E’ una sorta di archivio a cui in ogni momento possiamo attingere per trovare le risposte e gli atteggiamenti da adottare. Già pronti. Già sperimentati. Noti. E incasellati. Basta ricordarli e rimetterli in atto, evitando la fatica di porci davanti alla situazione da affrontare come davanti a una novità rispetto alla quale la risposta è tutta da inventare – e dunque faticosa; e dunque rischiosa. Nell’io in cui ci riconosciamo tutto è già scritto. Ma proprio per questo, poco aperto al possibile. E’ un io che tende a ripetere se stesso, a cullarsi nelle reazioni già note, a chiudersi in difesa della coerenza. Un io recintato, che non permette di esporsi alle vibrazioni della vita e non lascia che i petali del nostro essere si schiudano.
Ma dietro questo io recintato c’è un “Io” ulteriore, che è pura esistenza e che non siamo noi a produrre. Precedente a qualsiasi condizionamento e definizione. Non intrappolato nella costruzione delle identità. Non toccato indelebilmente da nessuna esperienza. Non già definito una volta per tutte. Non ripiegato su di sé. Esposto. Arrischiante. Libero. Un “io” creativo, in cui ancora tutto è potenzialità, in attesa di dispiegamento.
Ho letto questo stralcio tratto da Un itinerario tra yoga e preghiera cristiana, Servitium 2006,qui e mi è piaciuto tanto da farne un proposito per l’anno nuovo.
Leggendo questo sono venuto a conoscenza di Lo scafandro e la farfalla, una storia bellissima scritta da Jean-Dominique Bauby con circa duecentomila battiti di ciglio.
Soffrendo della sindrome di Locked-in poteva comunicare con il mondo esterno solo con le sopracciglia, chiudendole lettera per lettera, il numero necessario di volte per indicare la posizione della lettera in una tabella.
Da questa storia hanno tratto l’omonimo film realizzato nel 2007.
Ieri ho aiutato un anziano signore romagnolo a prendere un caffè nella macchinetta della Biblioteca Classense.
Una volta servita la bevanda mi ha ringraziato e ha sentenziato: “brutta cosa essere vecchi. Se lo ricordi.”
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Sono sempre stato contrario alla violenza e trovo riprovevole attaccare fisicamente una persona seppur questa sia incarnata da Sivio Berlusconi. Quando la gente ha fame non guarda in faccia a nessuno.
Qui trovate i ritratti di 49 dei leaders mondiali. Per ognuno inoltre trovate il commento del fotografo.
Interessante ascoltare quello che ha da dire sul leader italiano.
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