Captchami

Ieri ho letto questo su punto-informatico.

Ogni giorno circa 60 milioni di captcha vengono risolti su Internet e ciascuno richiede 10 secondi di media per l’interpretazione da parte dell’utente, il che si traduce nel complesso in 150mila ore di lavoro al giorno: un conto pesante, pagato perché i captcha consentono a siti e servizi web di sapere che l’utente che vuole accedere o autenticarsi è un umano e non è un bot automatico. Ricercatori della Carnegie Mellon University hanno pensato a come trasformare questo lavorìo globale in un formidabile strumento di crescita culturale.

In pratica, questo istituto scannerizza migliaia di pagine al giorno, al fine di archiviare l’intero scibile umano in forma digitale.
Ma come ben saprete le immagini in termini di byte pesano molto di più del testo. L’idea geniale sta nel fatto che oltre al codice del captcha antibot si aggiunge un’altra parola tratta dalle pagine nell’archivio di questo istituto.
L’utente finale non dovrà far altro che digitare entrambi.
Quando un grosso numero di utenti avrà fornito una digitazione coerente della parola, a quella immagine verrà definitivamente associata a una interpretazione.
Il progetto si chiama reCaptcha e se siete interessati e volete proseguire nella lettura, vi rimando all’articolo.
Il succo della faccenda sta nel fatto che anche io nel mio piccolo ho aderito.
Se volete la mia email ora dovrete sudarvela, ma sappiate che è per una buona causa.

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